Dietro le proteste dei coltivatori davanti ai palazzi di Bruxelles c’è veramente tanto da dire. Che si tratti di una questione politica e sociale è scontato, pensando che il 2024 è l’anno in cui ben 76 paesi andranno al voto per le elezioni in UE.
La posta in gioco agricola è alta. Entro il 2030, il 25% della superficie agricola europea dovrà essere coltivata a biologico, un obiettivo del PAC, la politica agricola comune che nel periodo 2014-2020 ha pesato per il 37,8% del bilancio dell’Unione per poi ridursi già nel successivo a un 31%. Una politica che, non certo per questa riduzione di fondi, quanto piuttosto per i destinatari finali degli stessi, non poteva che diventare prima o poi motivo di accesi scontri, come di fatto sta succedendo. Sotto accusa sono i criteri con cui quei fondi sono stati assegnati – in base agli ettari coltivati e indipendentemente dal metodo di produzione – a vantaggio dei “poteri forti” (per l’80% su grandi aziende tagliando fuori le piccole realtà ).
Da dove derivano i prezzi agricoli?
Un cliente mi ha chiamato chiedendomi se non sia il caso di scommettere su quanto sta accadendo. Ma qui la parola scommessa non è davvero sconveniente, e rivela il tema più importante dietro le vicende agricole di questi giorni. Torno un attimo alla questione della determinazione dei prezzi agricoli. Da dove derivano questi prezzi? E come mai, ho chiesto anche al mio cliente, interessano solo oggi i prezzi agricoli? Perché, mi ha risposto, fanno notizia e chissà quanti da oggi si metteranno nei portafogli strumenti che vanno a scommettere su quei prodotti, visto quanto sta accadendo.
I prezzi dei prodotti agricoli vivono una grande instabilità , e non da oggi. Il loro andamento, e qui il mio cliente è rimasto un po’ interdetto, non ha nulla a che fare con i fuochi davanti ai palazzi di Bruxelles, né con le dinamiche classiche di domanda e di offerta. Anzi, è da ricondurre a una realtà ancora in mano a poteri forti (molto forti), quasi per nulla condizionati dalla realtà delle condizioni degli agricoltori.
Una buona percentuale dei prezzi agricoli, paragonabile a quell’80% di cui si diceva prima, dipendono infatti dai maggiori fondi finanziari globali. La definizione del prezzo agricolo avviene in finanza, nelle grandi Borse merci, in mano ad azionisti che non producono né comprano i prodotti agricoli, fondi finanziari che scommettono sul’andamento dei prezzi e così facendo finiscono per determinarne il valore.
La domanda e l’offerta non c’entrano
E’ un po’ come de dovessimo chiederci se, oggi, andando a comprare un bene compriamo di fatto il suo valore reale o quello deciso da una intelligenza superiore, per la quale il livello della domanda e dell’offerta ha un senso limitato, a meno che non si tratti di quella che accade in Borsa, non quella della spesa per quanto si qui si è detto.
Ma allora. Su cosa può interrogare gli investitori tutta questa vicenda degli agricoltori? La notizia è solo quella delle proteste? Non direi. Piuttosto mette in evidenza ula “libertà “ dei prezzi rispetto alle logiche ritenute da sempre valide, che vorrebbero che quegli stessi prezzi dipendessero dalla legge della domanda e dell’offerta. Una legge sempre più determinante sul piano di scommesse, e sempre meno sul piano reale, così da portare l’investitore a pensarci bene prima di fare una scelta così particolare di investimento, che richiederebbe un livello molto più alto di competenze.
Sembra insomma che la vicenda dei produttori agricoli possa accendere la luce su ben altro, cioè alla consapevolezza di quanto la finanza dei prezzi delle materie, non solo agricole, sia in mano ad altri e ad altro genere di meccanismo ben poco riconducibile all’economia reale. Una wake up call per una consulenza finanziaria non solo possibile, su questa scelta di investimento, ma addirittura necessaria.
Alla prossima!









